5 Domande a Ugo Sabatello

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Intervista al Prof. Ugo Sabatello, Neuropsichiatra Infantile, Direttore Master II livello “Psichiatria Forense e Clinica delle Dipendenze in Età Evolutiva” – “Sapienza” – Università di Roma.

1. Nei casi di Alienazione Parentale si parla spesso dei genitori, lasciando sullo sfondo il bambino. Quali sono i potenziali danni causati dall’AP?

Le possibili variabili sono molte: l’età del bambino, la gravità della situazione di alienazione, il tipo di legame con il genitore alienante, la durata del conflitto, etc. Tutto questo non permette di definire in termini lineari di causa effetto la relazione tra la PA e lo stato di sofferenza di un bambino (o adolescente). Inoltre, nonostante tutto, i casi di PA non sono frequentissimi per cui i racconti clinici hanno sempre un valore aneddottico in quanto é difficile mettere a punto una ricerca con casi omogenei e verificati e con gruppi di controllo. Detto ciò devo dire che, nella mia esperienza professionale come CTU mi é capitato di osservare forme gravi di PA, con ragazzi con un disturbo delirante e psicotico (casomai settoriale), con forti aspetti paranoidei. Non penso sia un caso ma i casi più gravi li ho visti quando il genitore alienante era il padre. Forse, rifiutare e rinnegare il legame viscerale e profondo con la propria madre, non può non essere che l’espressione di un disagio e di un disturbo relazionale estremamente grave.

2. Come fa un CTU ad accorgersi di trovarsi di fronte ad un caso di Alienazione Parentale?

I caratteri distintivi proposti da Gardner sono senz’altro utili. Non li elencherò tutti a memoria ma i più significativi sono: una pregressa positiva relazione con il genitore alienato, il rifiuto assieme a lui di tutti i familiari dello stesso lato, il fenomeno del “pensatore indipendente” (nessuno mi ha detto di dire queste cose, sono mie convinzioni per quello che é successo), la mancanza di critica, di dubbio e di senso di colpa, la mancanza di effettivi fatti relativi a maltrattamento e abuso (Gardner stesso sottolinea come quando si parli di reazione di rifiuto secondarie a situazioni di malrtrattamento e abuso non bisogna usare il termine PA), l’attribuzione al genitore alienato di colpe poco realistiche e poco significative, la mancanza di ambivalenza e la divisione manichea tra buono (il genitore alienante) e cattivo (l’alienato). Altri elementi che il CTU deve osservare sono l’atteggiamento del genitore alienante, la sua difesa e razionalizzazione (ripeto, non basata su dati significativi di realtà) della condotta del figlio/a, la sottovalutazione del danno implicito nella perdita del rapporto con l’uno o l’altro genitore. Ed ancora può essere indicativo il livello del conflitto e del rancore reciproco ma anche la semplice soddisfazione del genitore alienante per un rapporto simbiotico e poco differenziato con il figlio/a.
La semeiotica può variare, nel senso che le relazioni tra le parti possono essere aggressive e violenti come anche apparentemente pacificate. Ciò che deve guidare il clinico e il CTU é la valutazione delle condizioni psicopatologiche del minore (affettive, cognitive e relazionali) e la patologia dei legami relazionali interni, ma spesso anche esterni, al nucleo familiare.

3. Che relazione c’è tra attaccamento genitori-bambino e Alienazione Parentale?

Di solito la PA si viene a determinare quando persistono forme di attaccamento simbiotico e primitivo con un genitore a discapito della relazione con l’altro. Spesso, l’alterazione delle relazioni coinvolge anche la generazione precedente (i nonni) che a volte divengono il genitore sostitutivo di quello alienante con un legame fuorviante e innaturale con il minore. Non so se vi siano studi sui modelli di attaccamento e la PA, é probabile che autori come la Crittenden o altri teorici dell’attaccamento abbiano scritto su questo. Spesso la PA si crea su una base di una pregressa difficoltà nel rapporto con il genitore che verrà poi alienato; a volte ci troviamo di fronte a genitori sofferenti, patologici, depressi o, comunque, in difficoltà che vengono ulteriormente discriminati e allontanati dopo un evento separativo (ma la PA é possibile anche in famiglie non separate di fatto, come struttura relazionale alterata e patologica). Sicuramente mi sento di dire che la PA é il contrario della crescita e dello sviluppo. Lo sviluppo é autonomizzazione e individuazione mentre, nella PA, vi é la persistenza di forme primitive di legame che negano l’individualità del minore.
Sono consapevole delle polemiche che sono state sollevate sul termine PAS, credo fossero almeno in parte giustificate. Sicuramente la PA non é una sindrome nel senso medico del termine, non é una patologia che appartenga solamente al minore. E’, piuttosto una profonda alterazione dei legami relazionali e, chiamiamola pure come si vuole ma negarne l’esistenza e la rilevanza clinica non ritengo sia ragionevole. A volte un nome sbagliato non é sufficiente per dire che un fenomeno non esista. Mi sembra che gli orientamenti di molti Tribunali in materia di separazione coniugale e di divorzio siano oggi consapevoli che, in ogni caso, il malessere che può derivare dalla rottura dei legami di coppia e dalla disgregazione del nucleo familiare riguardano i rapporti tra le persone, più che le singole persone srtesse.

4. Una domanda che spesso viene rivolta ai professionisti: che grado di consapevolezza c’è in un bambino manipolato da un genitore?

Altra domanda che non permette una singola risposta. Il grado di consapevolezza é molto variabile e dipende da tanti fattori quali l’intensità del conflitto, il “calore” dei rapporti pregressi e attuali e l’età del minore. Nei casi gravi, che mi é capitato di osservare, la consapevolezza critica, la possibilitò di defilarsi e auto-osservarsi in modo critico e consapevole era tiotalmente assente, tanto da portare ad una diagnosi di un grave scollamento dalla realtà, proprio delle situazioni psicotiche. Come sempre accade, e come cercavo di descrivere precedentemente, la manipolazione si basa su difficoltà relazionali spesso preesistenti nel rapporto tra figlio e genitore alienato oppure, si fondano su fatti traumatici (violenza assistita o subita, interventi della forza pubblica, conflitti esasperati, tentativi di rapimento ed altro) che sono propri di un percorso separativo patologico e estremamente conflittuale. E’ anche possibile però che la manipolazione avvenga con dei pregressi relazionali “normali” o addirittura positivi tra il minore e il genitore che sarà poi alienato. Sono i casi in cui agisce, prepotentemente, il “conflitto di lealtà”, lo schierarsi (spesso pieno di colpa e di malessere) con il genitore dal quale si ritiene dipenda la propria sopravvivenza; non solo o non tanto il genitore che si ritiene più debole e che si vuole difendere, questa é solo una possibilità e una motivazione dello schierarsi unilaterale del figlio/a.

5. Che tipo di intervento conviene effettuare su un bambino triangolato nelle dinamiche dell’AP? Come si lavora concretamente con il minore?

Gli interventi sono difficili e problematici. Ritengo che una delle cause della PA sia legata ai tempi troppo lunghi dei procedimenti giudiziari che non rispondono alle esigenze di un bambino in fase di sviluppo e di crescita, in cui i cambiamenti sono rapidi e significativi. A volte le decisioni giudiziarie giungono quando le dinamiche relazionali si sono irrigidite e consolidate e non si modificano. D’altro canto, non possiamo pensare che gli allontanamenti siano degli interventi comuni o facilmente agibili. Proporre un allontanamento per una PA é una decisione estrema, che deve essere ben motivata e che resta, comunque una decisione limite. Separare un minore dal genitore al quale é legato da un rapporto, ancora più intenso perché patologico, non é facile e non é indolore….a volte é necessario ma richiede consapevolezza e una attenta valutazione. D’altra parte é anche vero che non é possibile costringere le persone a curarsi, va contro l’articolo 32 della nostra Costituzione ed é anche, solitamente, una costrizione inefficace o controproducente.
Ritengo però che la legge 56 del 2006, sull’affidamento condiviso, offra una effettiva possibilità di prevenzione rispetto alla PA. Se madre e padre sono uguali davanti al figlio, se egli ha ugualmente diritto ad un rapporto con l’uno e l’altro genitore, si incentivi il genitore che tutela il diritto dell’accesso del figlio all’altro genitore e si decida, più rapidamente e semplicemente, che il genitore che non tutela il diritto del figlio di avere rapporti con l’altro, non può essere il genitore collocatario e, se lo é, perde almeno temporaneamente questa prerogativa. Ciò che cerco di dire é che se si favorisse un più libero e rapido spostamento del figlio, dall’uno all’altro genitore si potrebbe “educare” le persone a non triangolare i figli, nella consapevolezza che i comportamenti ostativi verranno, rapidamente, sanzionati.
Una volta che si crei una situazione di alienazione l’intervento é spesso complesso e faticoso. Il lavoro con il minore dovrebbe essere preceduto o affiancato dal lavoro con i genitori. In situazioni in cui i genitori non si parlano e non comunicano perché dovrebbe riuscire a farlo un figlio? Di solito sui figli va a pesare tutto il conflitto e anche la pretesa che dal conflitto lui o lei sappia, non si sa come, svincolarsi indipendentemente dai genitori.
Ritengo, invece, che la responsabilità dell’alienazione vada riportata in sede genitoriale. Ripeto, l’intervento terapeutico non può essere prescritto dal giudice e non può essere obbligatorio, anche il CTU, come clinico, può solo suggerirlo e raccomandarlo evitando situazioni di “ricatto istituzionale”. La situazione é questa, per cui la soluzione é a volte affidata a decisioni del giudice che, secondo un principio di legalità (visto che il principio di beneficità non può essere coattivo) tutelino i diritti relazionali del minore.