Definizione Alienazione Parentale

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Costituisce un dato di comune esperienza nei tribunali italiani e internazionali il fatto che la mancata serena frequentazione di una della due figure genitoriali crei danni oggettivi concreti ed effettivi alla crescita della prole.
Data la portata della grave compromissione sia della continuità genitoriale sia dello sviluppo del minore, anche nelle aule di tribunale, in relazione alle dispute per l’affidamento dei figli spesso ci si trova ad affrontare il dibattito sull’Alienazione Genitoriale.

In ambito accademico, nel lontano 1949 Wilhelm Reich aveva affermato che alcuni genitori divorziati difendono il proprio narcisismo ferito combattendo per la custodia del figlio e diffamando l’ex-coniuge. Questi genitori cercano “vendetta sul partner privandolo del piacere di avere un figlio […] Per alienare il figlio dal partner, viene raccontato che il partner è un alcolizzato o uno psicotico, senza che in queste affermazioni ci sia qualche verità” (1949).

Lo studioso Richard A. Gardner fornì una mole considerevole di lavori relativi alla condotta relazionale familiare disfunzionale alla quale dette il nome di Sindrome di Alienazione Genitoriale (1985) “La sindrome di Alienazione Parentale (PAS), è un disturbo che insorge principalmente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. La sua manifestazione principale è la campagna di denigrazione rivolta contro un genitore: una campagna che non ha giustificazioni.

Essa è il risultato della combinazione di una programmazione (lavaggio del cervello) effettuata dal genitore indottrinante e del contributo dato dal bambino in proprio, alla denigrazione del genitore bersaglio. In presenza di reali abusi o trascuratezza dei genitori, l’ostilità del bambino può essere giustificata e, di conseguenza, la Sindrome di Alienazione Parentale, come spiegazione dell’ostilità del bambino, non è applicabile (Gardner, 1985).
Un genitore (solitamente indicato come alienatore, genitore alienante o genitore origine della PAS), attiva un programma di denigrazione contro l’altro (generalmente indicato come genitore alienato o genitore bersaglio) allo scopo di ottenere che il figlio si rifiuti di frequentarlo.

L’autore individua gli otto sintomi primari che caratterizzano la PAS (1992):

  • campagna di denigrazione;
  • razionalizzazioni deboli, superficiali e assurde per giustificare il biasimo;
  • mancanza di ambivalenza
  • il fenomeno del “pensatore indipendente”
  • appoggio automatico al genitore alienante nel conflitto genitoriale;
  • assenza di senso di colpa per la crudeltà e l’insensibilità verso il genitore alienato;
  • utilizzo di scenari presi a prestito;
  • estensione dell’ostilità alla famiglia allargata ed agli amici del genitore alienato.

A queste variabili Gardner aggiunse (1998a, 1998b, 2001a, 2001b) altri quattro criteri o fattori che consentono di indagare in modo specifico la relazione che intercorre tra il minore e i due genitori, per arrivare ad una corretta valutazione della sindrome:

  • le difficoltà del minore nel periodo di transizione da un genitore all’altro;
  • il comportamento del minore durante la permanenza a casa del genitore alienato;
  • il legame del minore con il genitore alienante;
  • il legame del minore con il genitore alienato prima della separazione o, in ogni caso, dell’alienazione.

Numerose sono state le critiche rivolte al quanto proposto da Gardner: in primo luogo la sua teorizzazione non si fonda su una analisi sistematica standardizzata ne è supportata da più ricercatori indipendenti, anche se molti autori hanno successivamente sostenuto l’esistenza della PAS.
Essa risulta troppo semplicistica e non esistono validi strumenti di misurazione che possano definirne l’utilità diagnostica (Faller, 1998; Bruch, 2001; Kelly & Johnston, 2001; Johnston & Kelly, 2004; Lee & Olesen, 2001) nè rispetta gli standard scientifici, non riuscendo quindi a soddisfare norme di ammissibilità per i DSM (Williams, 2001; Zirogiannis, 2001).

Un altro elemento sul quale si è molto discusso riguarda il concetto di sindrome, termine usato da Gardner per dare al fenomeno “uno statuto scientifico, per via delle questioni legali che tale condizione comporta” (Gulotta, 2008), ma che può risultare fuorviante nel caso specifico in quanto la PAS, che alcuni autori preferiscono definire PA (togliendo quindi la definizione di sindrome), non è una malattia caratterizzata da un insieme di sintomi, bensì piuttosto una distorsione relazionale determinata dal comportamento di un genitore verso il figlio, che porta il bambino a rifiutare l’altro genitore (Johnston, 2005; Steinberger, 2006).

Ed infine l’aspetto dell’intervento nei casi di PAS, proposta da Gardner nei casi diagnosticati come gravi, sono un altro punto che desta perplessità e critiche.

Jacobs nel 1988, parlò di Sindrome di Medea; essa si manifesta quando la madre, posta in situazione di stress emotivo e/o conflittuale con il partner, viene presa dal bisogno ossessivo di vendicarsi di lui, diventando l’unico scopo della sua esistenza e utilizzando il proprio figlio per scaricare la sua aggressività e frustrazione, arrivando, nei casi più estremi, ad uccidere il figlio, diventato strumento di potere e di rivalsa sul coniuge. Le madri non uccidono i loro figli per vendetta contro i mariti, (come invece accade nella tragedia di Euripide, in cui Medea uccide i figli per privare Giasone, il marito che l’ha ripudiata, delle gioie di essere padre), piuttosto tentano di distruggere la relazione tra padre e figli.

Le madri sentono il bisogno di possesso e di sentirsi uniche ed esclusive per il loro figlio, gli danno molto, ma allo stesso tempo, pretendono altrettanto.
Turkat (1995, 1999) usò il termine di Sindrome della Madre Malevola (MMS) per definire un comportamento tipico delle madri che, dopo la cessazione del rapporto coniugale, pur rimanendo esenti da altre psicopatologie accertabili e mantenendo coi figli, almeno in apparenza, un efficace rapporto di accudimento, esercitano nei confronti dell’ex coniuge un comportamento lesivo, teso soprattutto ad impedirgli un normale ed affettuoso rapporto coi figli.
Molteplici sono gli studiosi che hanno definito tale fenomeno critico nella relazione tra genitori e figli come PAS, che quindi hanno utilizzano e utilizzano questo termine in situazioni in cui un genitore cerca, con strumenti più o meno leciti di manipolazione, di allontanare il proprio figlio dall’altro genitore: la sindrome di alienazione genitoriale inizia e viene mantenuta da un genitore il quale dà atto ad una serie di tecniche di programmazione, ovverosia attinge ad un sistema di credenze, quali i valori morali, religiosi, filosofici, personali, sociali, ecc. diretti a “demolire” il genitore bersaglio per raggiungere uno scopo: distruggere la relazione tra l’altro genitore e il proprio/i figli (Clawar &. Rivlin, 1991).

Va precisato che il termine “alienante”, riferito al genitore, è da intendersi in un duplice effetto: il genitore alienante, a causa del suo modo di funzionare, aliena (rende estraneo) l’altro genitore al bambino ma aliena anche il bambino a sé stesso, abusando del suo potere psicologico per distruggere l’immagine dell’ex-coniuge che il figlio si è costruita, per sostituirla ed imporgli la propria.
In Italia già nel 1997 si discuteva di tale manifestazioni con pubblicazioni a cura di ricercatori quali Isabella Buzzi e Gugliemo Gulotta.

Giordano definì con il termine Mobbing Genitoriale il tentativo attuato da un genitore di allontanare/escludere l’altro dalla vita del figlio.
In ambito familiare questo termine definisce un modello di relazione: “il “mobbing genitoriale” consta dell’adozione da parte di un genitore, separato o in via di separazione dall’altro genitore, di comportamenti aggressivi preordinati e / o comunque finalizzati ad impedire all’altro genitore, attraverso il terrore psicologico, l’umiliazione, e il discredito familiare, sociale, legale, l’esercizio della propria genitorialità, svilendo e / o distruggendo la sua relazione con il o i figli, impedendogli di esprimerla socialmente e legalmente, intromettendosi nella sua vita privata. I comportamenti mobbizzanti devono essere protratti nel tempo, ripetersi di fatto costantemente, non essere giustificati da devianze psicologiche e comportamenti illegittimi o illegali dell’altro genitore” (Giordano, 2004).

La forma più frequente di “mobbing genitoriale” è quella in cui il genitore affidatario inizia per primo a comportarsi da mobber, e l’altro reagisce di volta in volta con comportamenti aggressivi, producendo a sua volta del “mobbing” contro l’altro.
Rybicky (2001) affermava che “la PAS e altre forme di alienazione sono parte di un più ampio set di dinamiche del sistema-famiglia che possono diventare evidenti al momento di conflitti coniugali, separazione o divorzio.”
Particolarmente interessante risulta la formulazione di Kelly e Johnston (2001) che, per un miglior utilizzo clinico, indirizzano l’indagine verso un sistema famigliare più ricco e completo di informazioni.

Gli autori posizionano infatti l’espressione dell’alienazione all’interno di un contesto di più larghe dinamiche interpersonali, di fattori situazionali e di processi di sviluppo; sostengono l’approccio sistemico in cui si devono considerare le variabili di contesto (background factors) e le variabili intervenienti (intervening variables). Come sottolineano Bow, Gould e Flens (2009), gli studiosi definiscono le dinamiche dell’alienazione come un processo multidimensionale piuttosto che come una sindrome, e propongono un continuum per descrivere il verificarsi delle relazioni tra bambini e genitori successivamente alla separazione che va dalle reazioni normali a quelle più patologiche, fino a giungere, appunto, ad una alienazione.

Drozd e Olesen (2004) parlano di “estrangement” (distacco, estraniazione) per evitare confusione con il temine “alienazione”. Questi autori propongono invece di suddividere le relazioni genitori-figli successive alla separazione in “patologiche” e “non patologiche”

Alcuni studiosi hanno nominato il fenomeno PAD con altri termini, lasciando simile il processo e gli elementi che la caratterizzano: “Parental Alienation” senza la parola sindrome (Garrity & Baris, 1994); “Child Alienation” (Kelly & Johnston, 2001); “Pathological Alignments” (Johnston, 1993); “Visitation Refusal” (Wallerstein & Kelly, 1980); “Pathological Alienation” (Warshak, 2003); e “Toxin Parent” (Cartwright, 1993), mentre altri autori hanno esposto ed individuato fenomeni simili, ma non sovrapponibili all’idea di PAD, così come fino ad ora è stata espressa.

Le critiche prevalenti rivolte alla PAS peraltro non negano la realtà di questi meccanismi relazionali ma evidenziano la non condivisione del termine “sindrome”, preferendo definirla Alienazione Parentale (AP) ma ciò non significa che le caratteristiche salienti del sistema familiare che si instaura a seguito di tale dinamica siano differenti.

Ancor oggi, ricercatori come Amy J. L. Baker conosciuta a livello internazionale (Psicologa dello Sviluppo al Teachers College, Columbia University, con una esperienza quindicennale di ricerca sui rapporti genitore-figlio e benessere del bambino), utilizza la terminologia Sindrome di Alienazione Genitoriale, pubblicata nel 2007 sotto il titolo “Adult Children of Parental Alienation Syndrome: Breaking the Ties That Bind” la Baker ha descritto l’esito della sua ricerca condotta su 40 adulti che da bambini erano stati manipolati e messi contro l’altro genitore.
Il focus da considerare dovrebbe quindi essere il fenomeno con cui quasi giornalmente ci si incontra-scontra in tribunale e che, coinvolge i minori che diventano “orfani di un genitore vivente” e non certo la terminologia che lo sottende.

Come scrive il giudice Fernando Prodomo di Firenze,

“possono essere rilevate nel corso del procedimento condotte di un genitore indirizzate all’allontanamento fisico e morale del figlio minorenne dall’altro genitore, condotte che anzi in misura sempre più rilevante vengono in evidenza nel corso delle cause collegate alla crisi di coppia con figli: ostacolo di fatto alle visite del genitore non affidatario o non collocatario della prole minorenne; indottrinamento dei bambini circa le mancanze dell’altro genitore; coinvolgimento di altri membri della famiglia del genitore ‘alienato’ nel giudizio negativo, che viene fatto proprio dal minore per lealtà verso il genitore ‘alienante’; denunce infondate di molestie , abusi o violenza sessuali nei confronti dei figli od i altri minori da parte dell’alienante nei confronti dell’alienato; legame simbiotico e patologico del minore con il genitore alienante. (…) Queste condotte non devono essere accertate solamente nell’ambito di una consulenza tecnica psicologica (che pure il giudice di merito potrà continuare ad ammettere, al fine di valutare le capacità dei genitori nell’esercizio della loro potestà, il grado di maturità della prole, le dinamiche familiari e parentali, potendo anche suggerire specifici provvedimenti di sostegno o cura), ma devono essere ritenute provate attraverso l’utilizzo dei mezzi di prova tipici (interrogatorio delle parti, testimonianze, documenti, precedenti decisioni) e specifici della materia (ascolto del minore, relazioni dei servizi sociali e psicologici territoriali, o delle aziende sanitarie)”.

Al di là della specifica posizione di Gardner e delle controversie nominalistiche sui modi di definire il concetto e le dinamiche in cui i figli provano ostilità e rifiuto nei confronti di un genitore, quando in precedenza i rapporti non evidenziavano particolari difficoltà,

comunque lo si voglia chiamare, il fenomeno è riscontrabile nelle realtà profondamente conflittuali di separazione.

 

Bernet (2008) segnala altre espressioni, diverse dalla PAS proposta da Gardner e dal PAD da lui proposto, che rimandano comunque alla stessa situazione disfunzionale: “alienazione parentale” (parental alienation, senza “sindrome”).

Il dibattito sull’esistenza o meno della PAS appare quindi, in questa prospettiva, del tutto fuorviante, come se l’esistenza del costrutto giustificasse gli interventi a riguardo e la sua insussistenza li dovesse escludere.

I dati che emergono dagli studi e dalla pratica peritale sul campo convergono infatti nell’indicare che l’alienazione parentale rappresenta un fattore di importante rischio evolutivo per l’instaurarsi di diversi disturbi di interesse psicopatologico (documento sul diritto alla bigenitorialità e psichiatri forensi in Minori e Giustizia).

Sulla presunta non validità scientifica dell’Alienazione Genitoriale si evidenzia quanto segue:

1) negli Stati Uniti tale costrutto ha superato i criteri fissati dalle Frye e e Daubert Rules per essere riconosciuti come scientificamente validi dalle competenti autorità giudiziarie, criteri a cui fa riferimento in Italia la sentenza Cozzini (Cass. Pen. 17.09.10, n. 43786) la quale ha stabilito i criteri di scientificità di una teoria tra cui la “generale accettazione” della teoria stessa da parte della comunità di esperti.
La sentenza così si esprime: “Gli esperti dovranno essere chiamati non solo ad esprimere il loro personale seppur qualificato giudizio, ma anche a delineare lo scenario degli studi ed a fornire elementi che consentano al giudice di comprendere se, ponderate le diverse rappresentazioni scientifiche del problema, possa pervenirsi ad una “metateoria” in grado di fondare affidabilmente la ricostruzione. Di tale complessa indagine il giudice è infine chiamato a dar conto in motivazione, esplicitando le informazioni scientifiche disponibili e fornendo razionale spiegazione, in modo completo e comprensibile a tutti, dell’apprezzamento compiuto”.

2) Le aree di ricerca sulla PAS dunque sono molteplici: a) di tipo longitudinale; b) rivolte a gruppi di bambini coinvolti in separazioni giudiziali; c) rivolte a genitori alienanti; d) rivolte a soggetti adulti coinvolti durante l’infanzia in separazioni giudiziali dei genitori; e) sono state studiate le caratteristiche di personalità dei genitori alienanti; f) sono stati confermati e ampliati i criteri di definizione di Gardner, g) sono stati analizzati gli effetti della PAS, nel bambino e in età adulta.

3) Il termine PAS viene riportato in Google Scholar ben 2.280 volte dal 1994 ad oggi e, in EBSCO Host e PsychInfo (BIDS) sono presenti 185 articoli dal 2000 al 2013, di cui solo 11 di questi si esprimono criticamente.

4) La numerosità degli studi e delle ricerche hanno visto i loro risultati pubblicati in riviste ad alto impact factor ovvero:
a) rilevanza scientifica della collocazione editoriale di ciascuna pubblicazione e sua diffusione all’interno della comunità scientifica;
b)determinazione analitica, anche sulla base di criteri riconosciuti nella comunità scientifica di riferimento, dell’apporto individuale del candidato nel caso di partecipazione del medesimo a lavori in collaborazione.
Basti pensare che case editrici di indubbia fama come la Oxford Press pubblicano testi in cui si parla di Alienazione.

5) Si deve premettere per i non tecnici che Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, noto anche con la sigla DSM derivante dall’originario titolo dell’edizione statunitense Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, è uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella pratica clinica che nell’ambito della ricerca.
La prima versione risale al 1952 (DSM-I) e fu redatta dall’American Psychiatric Association (APA), come replica degli operatori nell’area del disagio mentale all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che nel 1948 aveva pubblicato un testo, la classificazione ICD,[1] esteso pure all’ambito dei disturbi psichiatrici. Da allora vi sono state ulteriori edizioni: nel 1968 la DSM-II, nel 1980 la DSM-III, nel 1987 la DSM-III-R (edizione rivisitata), nel 1994 la DSM-IV, nel 2000 la DSM-IV-TR (testo revisionato.) e nel 2013 la DSM-5.
Il manuale DSM-5 è stato pubblicato nel maggio 2013 negli USA, in Italia nel 2014.
Già nel DSM-IV-TR erano descritti i Problemi Relazionali i quali si riferiscono ad un problema non individuale ma tale da coinvolgere due o più soggetti. Quando questi problemi costituiscono il principale focus dell’attenzione clinica possono essere collocati nell’Asse I (riservato ai disturbi individuali di interesse clinico) come V-codes. Diversamente, essi vengono descritti all’interno dell’Asse IV riservato ai Problemi Psicosociali ed Ambientali. I Problemi Relazionali includono il Problema Relazionale Genitore-Bambino (che può essere determinato da un “conflitto parentale irrisolto”), il Problema Relazionale tra Partner, il Problema Relazionale tra Fratelli. L’Alienazione Parentale, pur senza assumere questa denominazione, risulta quindi assimilabile al “Problema Relazionale Genitore-Bambino”.

DSM-5 e Alienazione Parentale

Attualmente a partire da queste condotte si possono sviluppare problematiche relazionali che coinvolgono il figlio, che il DSM-5 definisce come Problems Related to Family Upbringing (Disruption of Family by Separation or Divorce), nella versione del DSM-5 in italiano (p. 831).

Tra questi vengono descritti:

Parent-child relational problem (Problema relazionale genitore-bambino) [V61.20 (Z62.820) p. 831 ver. it.] con lo sviluppo di problemi cognitivi (cognitive problems) che possono includere “attribuzioni negative alle intenzioni altrui, ostilità verso gli altri, o rendere gli altri il capro espiatorio, e sentimenti non giustificati di alienazione (nella ver. ing. “estrangement”);
Child Affected by Parental Relationship Distress (Effetti negativi del disagio relazionale dei genitori sul bambino) [V61.29 (Z62.898) p. 832 ver. it.]: questa categoria dovrebbe essere usata quando il focus dell’attenzione clinica è rappresentato dai negativi effetti della discordia nella relazione tra i genitori su un figlio.

Tali definizioni includono diverse condizioni legate al fenomeno dell’Alienazione Parentale ed alle dinamiche relazionali e psicologiche ad esso connesse: la prima riguarda la relazione tra il figlio ed il genitore c.d. “alienante” e le attribuzioni di significato rivolte ai comportamenti dell’altro genitore; la seconda descrive gli effetti sul figlio di una relazione conflittuale tra i genitori e del distress che ne consegue.
Risulta possibile uscire dall’ambito dei Problemi Relazionali allorquando il genitore “alienante” presenti specifiche problematiche di natura psicopatologica che provocano e sostengono i suoi comportamenti.

Il DSM-5 descrive, tra i Factitious Disorders (Disturbo Fittizio), il Factitious disorder imposed on another (Disturbo fittizio provocato ad altri) [300.19 (F68.10), p. 375 ver. it. DSM-5]:
“(A) Falsificazione di segni o sintomi fisici o psicologici, o induzione di un infortunio o di una malattia in un altro individuo, associato a un inganno accertato”.
La definizione ricalca quella relativa alla Sindrome di Munchausen per Procura contenuta nel DSM-IV, condizione che si associa spesso a denunce infondate di abusi e di violenze rivolte da un genitore contro l’altro con coinvolgimento del figlio..

Tra gli Other Psychotic Disorders vengono poi definiti i Delusional symptoms in partner of individual with delusional disorder (Sintomi deliranti nel partner dell’individuo con disturbo delirante) [298.8 (F28), p. 140 DSM-5 ver.it.]:
“Nel contesto di una relazione, il materiale delirante del partner dominante fornisce il contenuto per convinzioni deliranti da parte dell’individuo che non può altrimenti soddisfare interamente i criteri per un disturbo delirante.”.

Va poi segnalato che Il Dr. Darrel Regier, portavoce dell’APA, in un’intervista precedente all’uscita del DSM5 ha chiaramente dichiarato che la Associazione Psichiatrica Americana (APA) riconosce pacificamente la PAS come una forma di “disturbo relazionale”; l’esperto portavoce si era limitato a dire che la PAS non verrà inclusa nel manuale DSM-5 in quanto “non è una diagnosi”, ovvero “non è da qualificarsi come una malattia”,

Le conseguenze legali dell’Alienazione, come dimostrano numerose sentenze, possono comportare la perdita dell’affidamento del figlio e con una certa frequenza si connettono a denunce infondate (false allegations) di maltrattamento o di abuso sessuale.

Concludendo:

  • I “sintomi” elencati e descritti da Gardner non vanno intesi in senso clinico, distintivi di una “sindrome”, ma come comportamenti il cui riconoscimento aiuta ad individuare un fenomeno;
  • In questo senso, la Alienazione Parentale va intesa non come un “disturbo” ma come un fenomeno, al pari del mobbing, dello stalking e dell’abuso, ovvero (seguendo il DSM-5) come un “problema relazionale” che coinvolge più persone;
  • Il coinvolgimento di un figlio in queste dinamiche comportamentali familiari rappresenta un fattore di rischio evolutivo, in grado di favorire la comparsa nel corso degli anni di problematiche di natura psicopatologica.

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