Incontri Protetti, 5 Domande a Giovanni Lopez

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Intervista al Dott. Giovanni Lopez, Psicologo-Psicoterapeuta, Psicologo Giuridico, Responsabile dell’area psicologia clinica e giuridica de “La Casa di Nilla” di Catanzaro.

1. Cos’è una casa famiglia per minori? Quali caratteristiche deve avere e qual è la sua organizzazione interna?
Una casa famiglia è un luogo di accoglienza per bambini e ragazzi per i quali si è reso necessario l’allontanamento dalla famiglia d’origine a seguito di situazioni di pregiudizio nei loro confronti, quali maltrattamenti, abusi sessuali, gravi forme di trascuratezza ed altre patologie delle cure. Per essere tale, la casa famiglia deve essere stata formalmente riconosciuta da un apposito ente regionale che ne ha valutato l’idoneità all’accoglienza di un numero determinato e contenuto di minorenni, dunque deve essere dotata di spazi interni ed esterni adeguati allo scopo. Le persone che ci lavorano devono possedere titoli di studio, formazione supplementare ed esperienza specifici per l’accoglienza di minori provenienti da contesti familiari problematici e portatori di vissuti di disagio. Il numero degli operatori, siano essi educatori, psicologi ed assistenti sociali, deve garantire la copertura delle esigenze di cura, istruzione ed espressività dei bambini e ragazzi accolti durante tutte le fasi del giorno, della settimana e dell’anno. L’organizzazione interna delle case famiglia, nonché i loro strumenti operativi, devono poter consentire di sviluppare un progetto individualizzato sulla base delle risorse e dei bisogni psicologici, socio-relazionali, familiari, scolastici ed espressivi di ciascun ospite. Normalmente questa modalità operativa attività richiede una figura di coordinamento ed una di supervisione. Gli operatori delle case famiglia devono anche saper operare in sinergia con i servizi del territorio che, a vario titolo, hanno la responsabilità amministrativa, oltreché professionale, del caso.

2. Lei svolge l’attività di Psicologo all’interno de La Casa di Nilla. Può illustrarci brevemente di cosa vi occupate?
La Casa di Nilla è un centro specialistico regionale che si occupa di bambini ed adolescenti per i quali si profila un’ipotesi di vittimizzazione da violenza sessuale o da altre gravi forme di maltrattamento e trascuratezza. Il Centro comprende anche una casa famiglia per accogliere bambini e ragazzi nei casi in cui le ipotesi di vittimizzazione richiedano l’allontanamento dal nucleo familiare ed il collocamento in un luogo protetto di cura. In sintesi, La Casa di Nilla fa attività di accoglienza, diagnosi, trattamento, ascolto giudiziario protetto, incontri protetti tra figli allontanati e loro familiari, consulenza specialistica a operatori del territorio nel caso di sospetti abusi e maltrattamenti a minori. Il Centro si occupa in forma sperimentale anche di progetti psico-educativi per giovani autori di reati sessuali. A queste attività si aggiungono quelle di ricerca e l’organizzazione di eventi di studio e formazione sulle tematiche della tutela e della protezione dell’infanzia e dell’adolescenza.

3. Avete realizzato un protocollo per gli incontri protetti. Può spiegarci in cosa consistono gli “incontri protetti” e com’è strutturato il vostro protocollo?
Non di rado gli incontri protetti tra i figli allontanati dalla famiglia e i loro genitori si svolgono in sedi dei servizi sociali non del tutto adatte alla circostanza e non seguono una specifica metodologia. La Casa di Nilla, oltre ad essere dotata di spazi interni ed esterni appositamente attrezzati per tali incontri in “spazio neutro”, ha strutturato uno specifico protocollo operativo che prevede la graduale “riconquista” della relazione libera tra genitori e figli attraverso una serie di step relazionali via via sempre meno vincolati al monitoraggio dell’esperto. In sostanza, il protocollo prevede il graduale passaggio dall’incontro nella stanza con specchio unidirezionale ed impianto di audio-video registrazione, fortemente controllato dall’esperto, fino alla possibilità di periodi di permanenza in famiglia del minore, passando attraverso step intermedi, quali brevi uscite semivigilate, ecc.. Tale protocollo prevede fino a sette contesti relazionali con gradi di autonomia crescenti, ciascuno dei quali viene valutato secondo una griglia di osservazione che permette di stabilire, secondo una serie di criteri, l’adeguatezza della relazione tra figlio e genitori. Solo laddove vengano soddisfatti i criteri di adeguatezza nello step precedente viene consentito il passaggio a quello successivo. Il protocollo prende il nome di “Parent-Child Visitation Assesment Grid” ed è stato sviluppato interamente dal Settore Studi e Ricerche de La Casa di Nilla, a breve ne è prevista la pubblicazione nel Trattato di Psichiatria dell’infanzia e dell’Adolescenza edito da Giuffrè e, una volta ben sperimentato, contiamo di farne un vero e proprio manuale.

4. Incontri protetti nei casi di Alienazione Parentale. Come si svolgono e qual è la loro funzione?
Gli incontri protetti svolgono un ruolo fondamentale e spesso decisivo nei casi di alienazione genitoriale. In queste situazioni, a differenza degli incontri protetti che derivano dall’allontanamento giudiziario del figlio dalla famiglia, è solo uno dei due genitori (quello alienato) ad essere limitato nell’accesso al figlio e non per decisione di un’autorità terza, bensì per volere del figlio stesso. L’altro genitore gode invece di una posizione di “privilegio” in quanto prediletto dal figlio. La funzione degli incontri protetti in questi casi è quella di creare un ambiente protetto e controllato in cui il figlio possa riaprire il contatto e la relazione con il genitore alienato e ristrutturare in senso adattivo la sua idea di quest’ultimo. Nelle prime fasi di lavoro è importante il monitoriaggio di un operatore esperto e la partecipazione del genitore non alienato nella stanza di incontro protetto. Una volta ricostruita una forma relazione sufficientemente stabile tra figlio e genitore alienato, il setting degli incontri si sposta gradualmente e secondo un programma prestabilito, in contesti di vita via via più vicini a quelli familiari. ovviamente si tratta di programmi di lavoro tarati sul medio e lungo periodo a seconda del livello di gravità dei singoli casi.

5. Come si lavora con la triade padre-madre-figlio nei casi di AP, soprattutto con il bambino che rifiuta un genitore?
Le peculiarità degli incontri protetti nei casi di alienazione genitoriale impongono una specifica impostazione del setting e della metodologia di lavoro che, tra l’altro, deve prevedere: una prescrizione degli incontri da parte dell’Autorità Giudiziaria; la costruzione dell’alleanza di lavoro con il genitore non alienato; la mediazione del conflitto genitoriale; un programma di incontri che gradualmente evolva verso i contesti relazionali naturali alla famiglia; la guida ed il monitoraggio di tutto il processo da parte di operatori specializzati; la separazione dei ruoli tra gli operatori che hanno determinato l’intervento giudiziario e quelli che seguono gli incontri protetti. Il ruolo del genitore non alienato è fondamentale poiché egli deve divenire in grado di sostenere la diade figlio-genitore alienato, scindendo l’eventuale conflitto tra ex partner dalla rispettiva funzione genitoriale nell’interesse del figlio. Una preliminare fase di lavoro psicoeducazionale, dunque, deve essere rivolta al genitore non alienato, perché possa pienamente riconoscere e comprendere la necessità della relazione del figlio con entrambi i genitori ai fini del suo sano sviluppo psico-affettivo. Allo stesso tempo, bisogna guidare il genitore alienato a superare le priorie critiche verso l’altro genitore, che solitamente ritiene responsabile della propria condizione di alienazione, finendo così per alimentare il conflitto di coppia. In un’ulteriore fase di lavoro, la coppia genitoriale deve potersi riconoscere come tale attraverso un percorso di mediazione che la guidi a risolvere il conflitto nel quale il figlio si è schierato prediligendo un genitore ed alienando l’altro. Solo a questo punto si può ritenere che la scena relazionale sia pronta ad accogliere il figlio, rimettendolo al centro di una relazione familiare nella quale egli può coesistere con entrambi i genitori senza sentire di tradirne nessuno, quand’anche siano separati o divorziati.