Intervista a Maria Cristina Verrocchio

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Intervista alla Prof.ssa Maria Cristina Verrochhio *

1. Qual è il suo modello teorico di riferimento sull’Alienazione Parentale?

E’ complicato riferirsi ad un unico modello teorico per l’Alienazione Parentale e non ritengo utile farlo per una serie di ragioni che spiego.
La disciplina psicologica si è costituita come un sapere multiforme e diversificato, caratterizzato da un insieme di prospettive. In ambito psicologico clinico non è possibile limitarsi ad un inquadramento esclusivamente descrittivo dei fenomeni che osserviamo in quanto questo atteggiamento non ci consente di fare ipotesi sulle cause che hanno determinato quel determinato fenomeno disfunzionale e/o patologico. Peculiare dello psicologo clinico è un atteggiamento così detto esplicativo, che cerca cioè di spiegare i motivi degli scompensi.
La mia considerazione parte dalla constatazione del rifiuto di un figlio nei confronti di un genitore verso il quale esprime sentimenti di ostilità e odio. Gli psicologi sanno che un figlio non perde l’interesse per un genitore, né si distacca solo a causa dell’assenza da casa di questo genitore. Una relazione così importante non si sgretola naturalmente. Tali relazioni sono state attaccate. E gli attacchi possono avere genesi differenti.
Nel caso dell’alienazione parentale, a mio avviso, risulta opportuno riconoscere ed esaminare sia le manifestazioni comportamentali che può mettere in atto un figlio quando rifiuta ingiustificatamente un genitore sia i fattori causali che hanno determinato tale rifiuto. Richard Gardner ha fornito senza dubbio una descrizione “sintomatologica” del figlio, ossia una descrizione di cosa fa quando rifiuta un genitore dopo la separazione. Dalla mia pratica clinica forense posso affermare che tali descrizioni sono molto pertinenti e riscontrabili nei casi di alienazione. Continuare a demonizzare autori senza aver letto tutta la loro produzione scientifica è assolutamente poco rigoroso. D’altro canto, ritengo anche che la teoria originaria di Gardner relativamente all’eziopatogenesi debba essere ampliata in quanto non sempre si rileva come causa dell’alienazione esclusivamente un indottrinamento. Il modello di Kelly e Johnston ha introdotto una maggiore complessità rispetto alla comprensione del fenomeno dell’alienazione parentale sostenendo che possono entrare in gioco più elementi a determinare il rifiuto ingiustificato. Tuttavia, anche il modello di questi autori, a mio parere, è stato successivamente distorto ed estremizzato in quanto i successivi sostenitori di tale modello ritengono che la causa dell’alienazione è sempre da ricercare nelle dinamiche relazionali disfunzionali e che dunque, le cause dell’innesco patogeno sono riconducibili a tutti i membri del sistema familiare. Non è così a mio parere in quanto si tratta di una generalizzazione pericolosa che può far perdere di vista la specificità dei singoli casi. Ogni storia di alienazione ha manifestazioni comportamentali dei figli molto simili ma, nello stesso tempo, fattori eziopatogenetici che possono variare. Quindi, ci sono situazioni in cui il rifiuto è effettivamente dovuto a comportamenti disfunzionali e alienanti di un solo genitore e situazioni in cui tali comportamenti si combinano ad altri relazionali. A tal proposito risulta a mio avviso interessante anche il modello Attachment-Based di Childress.
Senza dubbio, seguendo la concettualizzazione di A. Baker e W. Bernet, ritengo l’alienazione parentale una grave forma di abuso psicologico. Nelle esperienze di alienazione genitoriale ritroviamo tutte le caratteristiche tipiche dell’abuso emozionale (il figlio è rifiutato, isolato, ignorato, terrorizzato, corrotto, sottoposto ad eccessiva pressione). Un genitore che attua comportamenti volti a mettere il figlio contro l’altro genitore è un genitore che non è capace di riconoscere i bisogni profondi del figlio, è un genitore che nega una parte vitale dell’identità del figlio. In un nostro studio abbiamo dimostrato empiricamente che l’esperienza di essere stato psicologicamente maltrattato è costituita da due componenti correlate ma distinte: 1) le cure del genitore nei confronti del bambino; 2) l’accettazione del genitore del rapporto del bambino con l’altro genitore. Un bambino che sperimenta che un genitore non accetta il suo rapporto con l’altro genitore può sentirsi psicologicamente maltrattato, a prescindere dall’aver sperimentato una genitorialità amorevole.
Omologare tutte le situazioni è un grave errore che peraltro porta ad una semplificazione del problema. Comprendo la necessità di leggere un fenomeno con un’unica attribuzione di causalità. Ipotizzo che questa sia una necessità “psicologica” – che definirei di sopravvivenza psichica – dei genitori che non vedono i propri figli per mesi o per anni. La loro sofferenza è profonda, palpabile, e l’esigenza di trovare una spiegazione all’inspiegabile tende a determinare l’attribuzione della colpa solo ed esclusivamente all’altro genitore. Sempre. E’ solo colpa dell’altro genitore. Noi psicologi sappiamo che non è sempre così. I tecnici, gli “esperti” non possono rimanere incastrati nell’adesione a modelli che possono risultare incompleti. Piuttosto, i professionisti dovrebbero essere capaci di valutare ogni singola situazione in tutta la loro complessità evitando il più possibile di incorrere in bias cognitivi e/o in errori procedurali nell’ambito delle loro valutazioni psicoforensi.
Gli scompensi che osserviamo nei casi di alienazione sono sempre conseguenze della vita di più individui e le vulnerabilità vanno comprese e ricercate nelle storie di vita passate ed attuali. Nel mio lavoro, da un lato utilizzo un approccio che consente di identificare la sintomatologia osservabile in un figlio alienato e dall’altro modelli in grado di spiegare le ragioni psicologiche e i meccanismi alla base dei comportamenti e/o dei sintomi patologici.
La diagnosi di un caso di alienazione va intesa, a mio avviso, non solo come inquadramento in una categoria nosologica ma come compartecipata identificazione delle manifestazioni di disagio e sofferenza.
Ritengo dunque indispensabile aderire a un modello multidimensionale che può consentire di leggere ed inquadrare situazioni complesse e fenomeni psicologici-relazionali che causano una gravosa sofferenza a molti individui.

2. Ci spiega come può avvenire nella pratica il condizionamento di un bambino da parte di un genitore?

E’ necessario fare una premessa. Coinvolgere il bambino all’interno della disputa genitoriale rappresenta già una prima forma di alienazione, in quanto, più o meno implicitamente, si crea l’aspettativa che il bambino debba essere d’accordo con un genitore piuttosto che con l’altro.
Il condizionamento può avvenire in diversi modi e tramite atteggiamenti e comportamenti attuati da un genitore che molto spesso ha una inadeguata maturità psichica o una conclamata patologia di personalità. Elenco alcuni comportamenti/atteggiamenti che stiamo studiando in Italia, in collaborazione con Amy Baker e William Bernet, che risultano incidere pesantemente sui comportamenti e sui vissuti dei figli.
Esternare commenti che esagerano le caratteristiche negative dell’altro genitore mentre raramente si parla di quelle positive, o che sottendono la pericolosità dell’altro genitore.
Confidare cose da adulti che il figlio non deve sapere (difficoltà coniugali e questioni legali, ecc) tali da indurlo ad un atteggiamento protettivo verso lui/lei e ad un atteggiamento di rabbia verso l’altro genitore.
Chiedere al figlio di spiare o raccogliere segretamente informazioni sull’altro genitore per poi riferirle o chiedere di tenere segrete all’altro genitore cose che in realtà avrebbe dovuto sapere (progetti, spostamenti etc.)
Esprimere fastidio quando il bambino chiede o parla dell’altro genitore, diventare turbato, freddo o distaccato quando il figlio si mostra affettuoso verso l’altro genitore
Creare situazioni in cui il figlio si sente obbligato a mostrare appoggio nei confronti di un genitore o creare i presupposti affinché il figlio si arrabbi con l’altro genitore
Incoraggiare il figlio a fidarsi delle opinioni di un genitore e ad approvarle indipendentemente da tutto.
Sostanzialmente, come confermato in letteratura, esistono quindi strategie dirette in cui un genitore denigra apertamente l’altro genitore e strategie indirette tramite le quali si “passa” al figlio l’immagine dell’altro di “cattivo” genitore facendo leva sul senso di lealtà e incidendo sui suoi vissuti emotivi.

3. Quali le conseguenze dell’AP sui figli?

Nella dinamica disfunzionale dell’alienazione parentale il bambino sembra crescere in fretta, appare adultizzato, impara a difendersi, impara a manipolare per sopravvivere. In realtà si sta manifestando un arresto e una distorsione del suo sviluppo emotivo. Ormai sappiamo che rifiutare un genitore implica rifiutare una parte di sé, la propria storia, le proprie origini. Il conflitto e questi sentimenti sono per un figlio psicologicamente ingestibili.
Si può determinare la creazione di un falso Sé. La confusione è il risultato dell’interiorizzazione di credenze e percezioni distorte, una confusione tra relazione simbiotica e amore. Questi bambini vivono, e lo abbiamo dimostrato con i nostri studi, una forte deprivazione affettiva (basso calore, bassa comprensione e accettazione, elevato controllo, intrusività e incoraggiamento alla dipendenza).
Molto interessanti risultano, a mio parere, gli studi relativi alle conseguenze dell’alienazione effettuati su individui adulti. A. Baker ha aperto questo filone di ricerca in America ed io l’ho importato in Italia proprio con l’obiettivo di ottenere dati che potessero richiamare l’attenzione sul fenomeno dell’alienazione. Le ricerche condotte in America e in Italia su adulti hanno dimostrato associazioni significative tra la percezione di esposizione ai comportamenti di alienazione e un funzionamento psicologico compromesso in età adulta, riguardante bassa autonomia, bassa cooperatività, bassa autostima, sintomatologia depressiva e ansiosa, stile di attaccamento insicuro, distress psicologico. Un mediatore da noi proposto per questi outocomes è il maltrattamento psicologico, ossia una reiterazione di pattern comportamentali o modelli relazionali ritenuti psicologicamente dannosi in quanto creano nel bambino l’idea che vale poco, è imperfetto, non amato, non desiderato o che vale solo se soddisfa i bisogni altrui. Come sostiene Amy Baker, il fondamento psicologico dell’alienazione genitoriale – mancanza di empatia e incapacità di tollerare bisogni e percezioni separate del figlio – è anche il fondamento del maltrattamento psicologico. I comportamenti che inducono nei figli un conflitto di lealtà possono essere visti come una specifica forma di maltrattamento psicologico in quanto l’esposizione a tali comportamenti favorisce nei bambini sentimenti di inutilità, imperfezione. Questi bambini si sentono non amati, non desiderati o che hanno valore solo se soddisfano i bisogni altrui. Il bambino viene forzato, spesso inconsapevolmente, a fare una scelta e ciò contrasta fortemente con il suo benessere psichico.
Spesso si trasmettono messaggi ambivalenti: “devi andare da papà o da mamma” ma il tono emotivo che accompagna tali comunicazioni verbali dice “altro”. Il bambino rimane incastrato in questa ambivalenza.

4. Che tipi di interventi psico-sociali suggerisce?

Rispetto agli interventi attualmente ci si trova in una grande impasse dovuta a vari fattori tra i quali il funzionamento del sistema socio-giuridico. Abbiamo diversi modelli di intervento elaborati e sperimentati prevalentemente in USA che tuttavia sono, secondo il mio parere, scarsamente applicabili nel nostro contesto italiano. Mi riferisco, in particolare ai modelli di riunificazione (per es. Family Bridges di Warshak, Overcoming Barriers di Sullivan et al., Family Reflections Reunification Program di Reay). Questi programmi non sono adatti nei casi in cui è nel miglior interesse del minor rimanere con il genitore alienante e nei casi in cui i figli continuano a trascorrere la maggior parte del tempo lontano dal genitore rifiutato. Nel nostro sistema socio-giuridico, attualmente, si tende a ritenere che il miglior interesse del minore è sempre rimanere con il genitore alienante. Riguardo agli interventi psico-sociali da attuare le questioni da affrontare sono molte, dunque mi sento di sintetizzare una risposta che potrebbe risultare non esaustiva. Considerando l’alienazione una forma di abuso psicologico credo che debba essere trattato allo stesso modo delle altre forme di violenza sui minori. Ossia, è necessaria una attenta valutazione diagnostica che possa poi guidare nella pianificazione dell’intervento che deve essere necessariamente integrato, multimodale e in collaborazione con il sistema socio-giuridico. Ritengo, inoltre, che nei casi più gravi, l’intervento debba essere coatto e porsi come obiettivo prioritario la tutela dei minori. La tutela dei minori può anche richiedere un intervento incisivo che interrompa una relazione fusionale e simbiotica con un genitore. E nei casi in cui tale intervento non può contemplare il collocamento con il genitore rifiutato, non escludo che possa essere utile uno spazio “terzo” in cui collocare un figlio per restituirgli la possibilità di differenziarsi e di vedere riconosciuti i propri bisogni.
Non entro nello specifico dei diversi trattamenti psicoterapeutici che dovrebbero essere attuati sui diversi membri del sistema familiare tuttavia aggiungo che alla luce delle conseguenze negative riscontrate sui figli dell’alienazione, l’intervento deve essere tempestivo.
La richiesta di aiuto che proviene da tali nuclei familiari deve essere accolta e sostenuta con grande responsabilità e professionalità da parte di tutti coloro che intervengono (giudici, avvocati, psicologi, assistenti sociali). C’è un minore da tutelare, c’è un figlio che sta soffrendo e, in funzione di come sarà gestita tale situazione, si determineranno gli esiti della sua futura esistenza.
Aggiungo che l’antecedente di qualsiasi presa in carico spesso è costituito dalla Consulenza Tecnica di Ufficio. Deve essere chiaro, a mio parere, che CTU mal fatte determinano senz’altro un insuccesso e una mancata risoluzione ma deve essere altrettanto chiaro che CTU “ben fatte” costituiscono solo l’inizio di un successivo percorso, spesso ugualmente fallimentare, in un sistema conflittivo che non prevede ancora interventi adeguati. Peraltro, stimolo sempre una riflessione inerente i diversi tecnici che intervengono nell’ambito di una CTU. Mi riferisco in particolare al CTP che, come indicato nel Protocollo di Milano, dovrebbe mantenere “la propria autonomia avuto riguardo all’interesse preminente del minore, rispetto a quello del proprio cliente..nel rapporto con il proprio cliente cerca di aiutarlo ad uscire dalla spirale del conflitto per favorire un livello più evoluto di collaborazione e di comunicazione tra le parti in causa”. Dunque, sostenere il proprio cliente genitore non equivale a sostenerlo in dinamiche disfunzionali ed alienanti. Se tutti gli psicologi forensi condividessero tali assunti importandoli nella loro pratica professionale molte situazioni di alienazione avrebbero certamente esiti differenti. Ne consegue una riflessione importante inerente la formazione professionale e l’aggiornamento per gli psicologi forensi, ambito nel quale c’è ancora molto da fare.

5. Ritiene ipotizzabile che un rapporto “adesivo” alienante-figlio possa nascondere in realtà una “strategia” difensiva del tipo “ti uso finché mi servi”?  

La domanda è complicata, provo a rispondere per come la ho interpretata. Nella maggior parte dei casi di alienazione, il legame del minore con il genitore alienante è di tipo simbiotico, dipendente e invischiato. L’ingresso, altamente distruttivo, del figlio nella conflittualità genitoriale può essere concepita come una modalità di “sacrificio” a favore dell’apparente benessere, in questo caso, del genitore percepito debole. Il genitore che instaura con il figlio una relazione di tipo simbiotico, centrata sulla dipendenza, sulla genitorializzazione piuttosto che sulla spinta verso l’autonomia, è un genitore immaturo dal punto di vista affettivo che tende ad utilizzare meccanismi difensivi primitivi e disfunzionali. Talvolta, alcuni genitori non sanno assimilare in modo costruttivo l’esperienza dolorosa della separazione e l’angoscia della perdita. Questa incapacità è presente in individui che hanno situazioni irrisolte appartenenti alla propria storia. Sono persone fragili, con profili personologici di un certo tipo (per es. tratti narcisistici, borderline, nevrotici) caratterizzate da facile suggestionabilità, tendenza alla drammatizzazione degli affetti, alla teatralità, alla mitomania e tratti di manipolazione che testimoniano un vuoto narcisistico profondo. La mancata elaborazione dei vissuti inerenti la separazione della coppia inficia la genitorialità. Non si è capaci di comprendere i bisogni del figlio. Per esempio, se ci focalizziamo sulla genitorializzazione, dobbiamo chiarire che implica una distorsione del rapporto, tale per cui chi la agisce si rapporta al figlio come se costui fosse il proprio genitore arrivando in questo modo ad invertire il potenziale generazionale come hanno sostenuto Boszormenyi-Nagi e Spark. La dinamica della genitorializzazione è senz’altro alla base di configurazioni relazionali patogene; è infatti una grave forma di sfruttamento del figlio posto in una situazione di “doppio legame” in quanto da lui ci si aspetta contemporaneamente che sia obbediente come figlio e che sia in sintonia con il ruolo e le funzioni generazionali.
Dunque, è possibile parlare di strategie difensive che il genitore alienante mette in atto ma penso che la specificazione “ti uso finché mi servi” non sia calzante in quanto, dati i profili patologici di personalità che spesso riscontriamo in questi genitori, potrebbe non esserci mai una fine, purtroppo. Cioè questo “finchè mi servi” potrebbe durare una vita intera se non intervengono esperienze di riparazione dei nuclei irrisolti. Infatti, quando un genitore coinvolge il figlio nel conflitto contro l’altro genitore sta agendo parti di sé irrisolte, sta chiedendo al figlio di modellarsi sulla sua sofferenza, di compensare bisogni individuali, sta chiedendo al figlio di rinunciare alla propria esistenza. Ribadisco che attuare dinamiche relazionali disfunzionali di questo tipo nell’ambito di una relazione genitore-figlio deriva da carenze strutturali e funzionali di personalità sviluppate nel corso della propria esistenza. Una consolidata letteratura ha ormai da tempo confermato che la funzione genitoriale viene intaccata dall’azione sinergica di fattori di rischio e di protezione. L’esito di un adattamento (o maladattamento) nella funzione genitoriale deve essere concepito dunque come il risultato della dinamica processuale e delle interconnessioni che vengono a crearsi tra aspetti individuali, familiari e sociali.
E’ sempre molto utile aprire le nostre menti chiedendoci come mai esistono situazioni in cui l’alienazione non si verifica. Individuare i fattori di rischio e i fattori di protezione che predicono le diverse traiettorie nei casi di separazione è prioritario in quanto consentirà di impostare anche interventi di prevenzione completamente assenti nel nostro panorama italiano.

Concludo sollecitando la coscienza di tutti, genitori, operatori e giudici. Ogni genitore ha donato la vita al proprio figlio e ha il dovere di rispettarlo nella sua individualità. I figli necessitano di amore e rispetto e nessun adulto (genitore, professionista o giudice) può perdere di vista tali bisogni primari.
E’ responsabilità sociale, e quindi di tutti, stimolare un dibattito che diventi veramente proficuo proprio per l’interesse di tutti quei bambini che ogni giorno subiscono gravi violenze, che ogni giorno diventano prede di genitori, spesso inconsapevoli, ma comunque incapaci di gestire le proprie problematiche intrapsichiche ed interpersonali irrisolte. E’ quindi una responsabilità sociale non avviare una nuova caccia alle streghe in cui i demoni da scacciare diventano i padri, per alcuni, o le madri, per altri, o gli assistenti sociali che rubano i bambini, o i giudici che emettono provvedimenti non adeguati. O ancora demonizzare una Sindrome (la PAS) in sterili dibattici pseudoscientifici in cui ci si schiera da una parte o dall’altra per dimostrarne o meno l’esistenza.
La realtà attuale è che ci sono molti bambini a cui viene tolto il diritto di crescere con uno dei genitori. Ed è su questo diritto del bambino ad avere accanto entrambi i genitori e sul diritto/dovere di ogni genitore di prendersi cura del proprio figlio che vanno argomentate tutte le nostre riflessioni con l’intento di evidenziare le lacune e le problematicità di intervento presenti nel nostro Paese.

* Maria Cristina Verrocchio, Ricercatore in Psicologia Clinica, Professore Aggregato di Psicologia Clinica Forense, Università di Chieti
Dal 2012 svolge attività di ricerca sull’Alienazione Parentale in collaborazione con la dr.ssa Amy J.L. Baker, Director of Research at the Vincent J. Fontana Center for Child Protection, New York, USA e con il Prof. W. Bernet, Professor emeritus, Vanderbilt University, Nashville, TN.
E’ Membro del Parental Alienation Study Group (PASG)
Ha lavorato presso un Centro per la tutela dei minori e la cura della crisi familiare nel Settore Diagnosi e Terapia infantile; svolge da molti anni attività di Consulente Tecnico e Perito presso diversi tribunali italiani.