Il Tribunale Roma Riconosce Alienazione Parentale e Ammonisce Madre Alienante

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Tribunale di Roma, sentenza n. 5128/15, I sez. Civile
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La sentenza è stata parzialmente confermata in Corte d’Appello di Roma.

Una mamma viene ammonita dal giudice ex art. 709-ter c.p.c.: ogniqualvolta ostacola gli incontri tra ex marito e figlio, dovrà sborsare 150 €.

La dolorosa vicenda che si è qui sintetizzata, a buon titolo richiama il fenomeno che gli studiosi definiscono come Sindrome di Alienazione Genitoriale (PAS). Non si tratta qui di prendere posizione nel dibattito che anima il mondo scientifico in ordine alla configurabilità astratta del fenomeno in termini di patologia psichiatrica, o piuttosto come “disturbo relazionale di tipo collusivo” , quanto di prendere atto che nella dinamica relazionale concreta di questo nucleo familiare, come registrato pressoché da tutti i professionisti che lo hanno osservato, si registrano comportamenti materni di aperta ostilità ed ostacolo allo sviluppo di una relazione anche minimale tra il padre e le figlie; se infatti i dubbi sorti nel corso del procedimento in ordine alla adozione da parte del padre di condotte improprie o addirittura abusanti giustificano la richiesta che la relazione si svolga in una condizione protetta, nessuna giustificazione si rinviene nella continua frapposizione di ostacoli al sereno svolgimento di tali limitati momenti di incontro, come pure incomprensibile appare la sfiducia mostrata indistintamente nei riguardi di tutti gli operatori intervenuti, che hanno ripetutamente segnalato di non essere stati posti in grado di svolgere la loro opera per le continue interferenze della madre, arrivata ad indurre le figlie a non accettare doni, cibo o acqua provenienti dal padre, senza mai seguire l’indicazione di allontanarsi dal luogo degli incontri, impedendo così alle bambine di vivere liberamente i momenti di incontro attraverso la mediazione degli operatori. E’ noto che la dinamica psicologica definita come PAS è contraddistinta da due elementi: la presenza di un genitore (“alienante”) che pone in essere un vero e proprio programma di denigrazione contro l’altro genitore (“alienato”) fino ad allontanarlo totalmente dalla vita dei figli, e in una seconda fase il coinvolgimento diretto dei minori nella campagna di denigrazione nei confronti dell’altro genitore, che è conseguentemente rifiutato; tale rifiuto può assumere connotazioni di maggiore levità, per cui l’avversione del figlio si manifesta in atteggiamenti ipercritici nei confronti dell’altro genitore; una forma moderata, in cui i figli risultano più aggressivi ed irrispettosi, ed una forma più grave, in cui le visite al genitore alienato possono essere impedite da intense manifestazioni di ostilità da parte dei figli, sino ad arrivare alle false accuse di abusi. La sindrome di alienazione parentale viene qualificata anche come una forma di abuso emotivo, che può cagionare gravissime conseguenze psicopatologiche sia nei minori che negli adulti.

Il tribunale non ignora la corrente di pensiero secondo cui unico rimedio risolutivo contro simili violazioni del diritto dei minori alla bigenitorialità sarebbe rinvenibile in un radicale rovesciamento della situazione esistente, con affidamento e collocamento del minore presso il genitore “alienato”. Il collegio tuttavia, in ciò confortato dalle riflessioni della stessa CTU d.ssa XXXX, ritiene quantomeno nel caso presente che una simile soluzione, stante l’ intensità del legame simbiotico ormai strutturatosi tra le bambine e la madre, e la interiorizzazione da parte delle minori dei sentimenti di sfiducia e diffidenza indotti dalla genitrice, esporrebbe le bimbe, già gravemente sofferenti, ad un trauma eccessivamente rischioso, senza contare che la pendenza del procedimento penale a carico del padre per presunte condotte abusanti indubbiamente non consente in questa fase di ipotizzare un cambio di collocamento, pur a fronte delle perplessità manifestate da numerosi operatori intervenuti in questo giudizio sulla genuinità delle dichiarazioni da cui tale procedimento è scaturito; non si può ignorare infatti che in seguito agli accertamenti svolti in sede penale le autorità inquirenti si sono risolte a chiedere il rinvio a giudizio del sig. xxxxxx per tali fatti, che pertanto non possono essere qui sottovalutati né tantomeno pregiudizialmente esclusi.
Il collegio ritiene che tali comportamenti materni possano essere allo stato contenuti solo attraverso un affidamento ai servizi sociali. Sino a quando non sarà fatta luce sui fatti oggetto del procedimento penale a carico di Xxxxxxxx, non possono ragionevolmente assumersi provvedimenti di segno diverso, nè ripristinando l’affidamento esclusivo alla madre, posto che le condotte di aperta resistenza ai provvedimenti del tribunale sono a loro volta manifestazioni allarmanti di una incapacità a prendere contatto con le reali difficoltà delle bambine e della assoluta inconsapevolezza dei rischi evolutivi ai quali le sta esponendo; né d’altra parte adottando un provvedimento radicalmente ablativo nei suoi confronti (che oggi potrebbe rivestire la sola forma di un collocamento delle minori presso una casa famiglia), posto che deve ancora essere accertato compiutamente se il suo atteggiamento di pervicace diffidenza verso l’altro genitore presenti o meno residui profili di ragionevolezza. In tale contesto ancora poco limpido, nel quale peraltro le valutazioni dei professionisti intervenuti in questa sede in parte divergono da quelle di quelli chiamati ad esprimersi nel corso delle indagini penali (che si sono infatti concluse con la richiesta di rinvio a giudizio di Xxxxxxxx), pare al collegio di dover concludere che la vigilanza dei Servizi Sociali sul nucleo familiare concreti la migliore forma di tutela per le minori, salvaguardandole da un lato da una definitiva perdita della relazione con il padre, dall’altro dai rischi di eventuali condotte improprie di quest’ultimo; sarà dunque il servizio affidatario a stabilire le modalità ed i tempi degli incontri tra il padre e le bambine, che devono necessariamente proseguire con modalità protetta, e ad adottare le principali decisioni ad esse relative, sia pure d’intesa con i genitori.